La via dell’Etna

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Città brulicanti di vita e paesi sperduti. Su tutto, l’Etna, che si può sbirciare con un seltz in mano, finché non si decide di scalarlo. Nella Sicilia orientale, sulle tracce di greci e pirati.
di Alessandra Bartali

La costa orientale della Sicilia evoca storie di greci e di pirati: dei primi restano templi e anfiteatri, dei secondi una geografia bizzarra che vede spostati verso l’interno i centri maggiori, a protezione dalle incursioni via mare. Ma ancora più che dagli uomini, questo lembo estremo di Italia ha dovuto difendersi dalla natura, sotto forma di terremoti e di eruzioni laviche dall’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa. U’Mungibeddu suona come un nomignolo affettuoso, ma più che affetto è timore reverenziale quello che i siciliani provano per l’Etna, che nei secoli ha ricoperto porti e annientato castelli con la sua lava.

 

Culla della civiltà
A Catania le colate laviche non solo hanno seppellito resti della civiltà greca, ma hanno in parte determinato l’attuale assetto della città: c’era il mare una volta, al posto dei pavimenti perennemente bagnati della Pescheria, il rumoroso mercato del pesce famoso per i frutti di mare pescati e mangiati in tempo record. A un’entità dal tale potere demiurgico la città non poteva che intitolare la sua via principale (Etnea), da cui si può costantemente tenere d’occhio la montagna mentre si gusta il seltz al limone e sale, tipico aperitivo catanese. Prima o poi, però, occorre posare il bicchiere e visitarlo questo Etna, a piedi, in bici o in quad, tra paesaggi lunari, grotte e fumarole, fratture e, non c’è bisogno di dirlo, panorami mozzafiato su tutta la Sicilia. Uno dei luoghi migliori da cui accedere ai sentieri che portano in vetta è Linguaglossa, vicinissimo a Taormina, dove l’atmosfera invece è quella della Sicilia chic, grazie soprattutto all’apprezzamento di intellettuali come DH Lawrence e Truman Capote, che dall’Ottocento fanno a gara per trovare una definizione al tempo stesso calzante e poetica della cittadina.

Il suono del silenzio
Scendendo a sud, la mondanità diventa a mano a mano un’eco lontana. Resiste a Siracusa, una delle più vaste città dell’età classica adulata dall’aristocrazia di mezza Europa, che trasmette nobiltà e purezza attraverso il bianco dell’onnipresente pietra arenaria. Ma intrufolandosi nei piccoli paesi il contatto futile con gli altri esseri umani perde importanza rispetto all’elemento naturale. Il rumore del ghiaccio che tintinna negli aperitivi a base di anice o limone lascia spazio a quello dei due mari che si incontrano a Capo Passero e al silenzio di Brucoli, dove il Santuario della Madonna dell’Adonai, ricavato in una grotta, è tutto quiete e silenzio. Il sentiero che da lì riporta al paese serve anche a questo: a rituffarsi, lentamente, nella civiltà.

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